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domingo, 23 de octubre de 2016

IL SOGNO DELLO SCRITTORE GUERRIERO





ANA MARIA SEGHESSO





    
Il 7  ottobre 1571 si combatte la battaglia di Lepanto, che fa perdere agli ottomani il dominio del Mediterraneo e a Miguel de Cervantes Saavedra l'uso della mano sinistra.

Siamo nella Spagna del re Filippo II, chi dal 1556 governa quest'immenso Impero.

Grandi erano le responsabilità del sovrano, che oltre a combattere il potente nemico turco doveva provvedere alla conquista del Nuovo Mondo, opporsi agli avanzi del protestantesimo nei suoi Stati e lottare per l'egemonia europea contro francesi e inglesi.

In politica interna, Filippo II realizzò l'unità Iberica sul pretendente portoghese Don Antonio; l'autorità reale fu fortificata al massimo con la soppressione dei privilegi regionali e l'eliminazione dei fuochi protestanti in Valladolid e Siviglia. Il padre di Filippo, Carlo V di Asburgo, aveva riunito sotto il suo scettro, gli immensi possedimenti della Corona Spagnola, Napoli, Sicilia, il Nuovo Mondo, più Le Fiandre e Austria, e l'Impero Germanico - nel mio Impero non tramonta mai il sole
    
La Spagna del XV secolo, potente e guerriera, che consumava i suoi figli in sogni di conquista oltre mare e in tutti i fronti d'Europa occidentale, si era fatta grande a forza di spada e iniziativa.
  
Nell'anno 711 penetrano i mussulmani nella penisola Iberica; Don Rodrigo, ultimo re visigoto, è sconfitto dalle truppe arabe che s’impossessano di tutto il territorio. I cristiani, rifugiati nelle montagne asturiane del Nord, reagiscono, e nel 718 iniziano la Riconquista, che durerà otto secoli.
  
Comincia in quel periodo ciò che nel Cinquecento sarebbe diventata l'egemonia spagnola, in un processo di tensione e distensione, con la Riconquista del territorio occupato, unificazione dei regni e conquista dell'Impero.
    
Nascono durante la Riconquista i regni di Asturias, Leone, Castiglia, Aragona, Navarra, Catalogna e Portogallo, nuclei cristiani che portano avanti la lotta contro il dominio mussulmano insediato nella Penisola.  Le politiche matrimoniali e altre circostanze storiche condussero in seguito all'unione di questi stati.  La prima di tutte, nell'anno 1137, sarà quella di Aragona e Catalogna, l'ultima, nel 1479, unisce Castiglia  e Aragona con il matrimonio di Fernando e Isabella.





  
Il secolo XV dà il via all'espansione europea, che condurrà al predominio universale dell'Occidente, con il desiderio, molte volte riuscito, di distruzione di civiltà negli altri continenti.
                                             
La Spagna di Filippo II è un'esplosione d'energia; da ogni focolare spagnolo è uscito un monaco o un soldato, se non un monaco e un soldato contemporaneamente.
    
Santa Teresa ha visto partire per l'America tutti i suoi fratelli, e grande lettrice di libri di cavalleria, sogna di percorrere il mondo. Sono stati gli spiriti più lucidi ad accorgersi che quelle campagne erano una rovina.

Cervantes in quegli anni concepisce e scrive il "Quijote".

La Spagna si trova, come conseguenza della sua sorprendente attività, esausta, spopolata (soltanto nel regno di Filippo II ha perso due milioni di anime), miserabile, vicina alla sconfitta... 


E quale avrebbe potuto essere il desiderio più profondo di quel paese così stanco, se non di riposare?  Non dissimula Cervantes che la cosa migliore che può fare il suo hidalgo è restare tranquillo in casa.
   
 Sono stati i soldati degli eserciti spagnoli primi ad affezionarsi al Chisciotte, leggendolo in terra straniera.


"A la guerra me lleva mi necesidad,
si tuviera dineros no fuera, en verdad".

Alla guerra mi porta la necessità
se avessi denari, non andrei, in verità.
                                                                
 (Canzone popolare del soldato prudente)


Cervantes spiega il legame che lo unisce a Don Chisciotte, il Cavaliere della Triste Figura, quando dice:

- Per me soltanto è nato Don Chisciotte e io per lui; egli ha saputo fare e io scrivere.  Siamo l'uno per l'altro.

   


  

Nacque Miguel de Cervantes Saavedra in Alcalà de Henares, e fu battezzato il 9 ottobre del 1547 (calendario giuliano). I biografi, molto precisi per altri aspetti, non sono riusciti a scoprire la data esatta di nascita. Se ipotizza l'avvenimento un mese prima del battesimo, poiché era abitudine dell'epoca.

Cervantes è il quarto figlio di un modesto medico chirurgo, Rodrigo de Cervantes, e di Donna Leonor Cortinas; apparteneva a una famiglia hidalga e povera che fa di lui un uomo comune, poiché il ceto hidalgo era una classe media numerosa, tra i cavalieri e gli artigiani.
    

Formavano parte della classe hidalga gli spagnoli cristiani di vecchia data e non incrociati a mori o ebrei. Avevano certi privilegi e provenivano da casato noto; ai tempi di Cervantes molti hidalghi avevano perso i possedimenti e la loro povertà era diventata proverbiale.


Tuttavia la hidalghia continuava a imporre esigenze di onore familiare nell'educazione, l'abbigliamento e la professione. Perciò  Miguel e il fratello Rodrigo, nonostante la scarsità di mezzi, furono istruiti per dedicarsi alle armi e alle lettere.

    

Poco si conosce dell'infanzia e gioventù di Cervantes; il padre cambia spesso di posto cercando lavoro. Tra il 1551 e il 1560 vivono in Valladolid, Madrid e Siviglia; a diciannove anni è studente di Juan López de Hoyos, dotto umanista, direttore dello "Studio di Madrid", e si fa notare componendo un'elegia, in occasione delle esequie della regina Isabella de Valois, moglie di Filippo II.
    
Non si sa con sicurezza, dove Cervantes abbia frequentato i suoi studi superiori. Non è accertato che fosse matricolato a Salamanca o ad Alcalà de Henares; forse seguì lo "Studio della Compagnia di Gesù" a Siviglia, che elogia in una delle sue opere, "per la sollecitudine e industria che  quei maestri e padri benedetti (i gesuiti) dedicavano ai bambini".
  
Nel 1568 interrompe bruscamente i suoi studi e la sua carriera letteraria partendo per l'Italia come assistente del legato pontificio Giulio Acquaviva - divenuto più tardi Cardinale. Coincide la data di partenza con un ordine di arresto nei confronti di un certo "Miguel de Cervantes, per aver causato ferita ad Antonio de Sicura, cavaliere di questa Corte".

Nel 1570 intraprende l'altra via normale degli spagnoli del tempo arruolandosi come  soldato. Partecipa alla battaglia di Lepanto ed è ferito alla mano sinistra. Passa molti mesi nell'ospedale di Messina finendo per perdere il movimento della mano.



 LEPANTO

 

 


"Persi nella battaglia navale di Lepanto l'uso della mano da un'archibugiata che me provocò una ferita che sembrando brutta, la tengo per bella, perché  mi è stata inflitta nella più memorabile e famosa occasione che abbiano i secoli passati e possono vedere i venturi, militando sotto le bandiere vincitrici del figlio del Fulmine della guerra".

    

La sua vita militare continua, partecipando alla conquista della Tunisia e ad altre spedizioni; percorre diverse città italiane. 

Nel settembre del 1575 è catturata la sua nave dai mussulmani quando tornava in Spagna, pieno di gloria e con una lettera di raccomandazione dell'Ammiraglio Don Juan de Austria (figlio illegittimo dell'imperatore Carlo V, fratello di Filippo II).

 



 Don Juan de Austria

 

    
Questa lettera provocherà grandi sofferenze allo scrittore perché fece credere ai mori di essere davanti a un personaggio vicino al re.
  
Per cinque anni e mezzo Cervantes resterà prigioniero ad Algeri; in molte occasioni ricorderà quella città tutta luce e miseria, dove ventimila carcerati lavoravano per trentamila disoccupati. Per la sua liberazione fu chiesta una somma elevata e per questo motivo restò più del solito.
   
Ad Algeri diventò il capo di una congiura che si proponeva di impossessarsi della piazza militare per restituirla alla Cristianità, sotto l'auspicio del re di Spagna. Nella lotta per la libertà propria e dei compagni, diresse quattro tentativi di fuga, tutti falliti per tradimenti e slealtà dei connazionali.

A trentaquattro anni ritorna in patria, pieno di progetti, alla cui realizzazione lo facevano meritevoli i suoi servigi, coraggio e grande fama raggiunta tra i ventimila spagnoli prigionieri in Algeria.
   
 È stato il primo tra i reclusi, lo Stato dovrà riconoscerlo, ma non è così…
    
Attende in Valenza la retribuzione: non arriva. Va a cercarla a Madrid, non la trova. La Corte trasloca a Lisbona e Cervantes la segue perché non può credere che le sue prestazioni siano passate inavvertite. 

Infine gli è affidata una commissione a Oran, di poca importanza e per giunta pericolosa. Quando torna da Lisbona, è deluso dalla Corte e dalle armi.
    
Tra il 1583-87 si dedica alla letteratura; abita a Madrid facendo il commediografo con un certo successo; scrive La Galatea


In quegli anni ebbe un'avventura amorosa, l'unica conosciuta nella sua vita, dalla quale nacque la figlia Isabella de Saavedra. Fu questa figlia l'unica discendente, e alla morte della madre - Ana Franca, attrice di teatro - avvenuta nel 1599, andò a vivere con lui.

Nel dicembre del 1584 si sposa con Donna Catalina de Salazar Palacios, a Esquivas, Toledo, hidalga, di diciannove anni minore di lui, che apporta al matrimonio una buona dote. Il matrimonio è stato combinato da Donna Leonora, madre dello scrittore, che mette così il figlio al riparo della povertà.
    
Non ostante lo sposalizio, Miguel continua la sua vita a Madrid, attratto dall'ambiente,  dimenticando Esquivias e trascurando moglie e proprietà.
    
Nel 1587 rinuncia alle ambizioni letterarie e comincia un lungo periodo di vita errabonda costretto per la necessità a guadagnarsi da vivere.



"Dovetti occuparmi di altre cose, lasciai la piuma e le commedie", scrisse Cervantes, descrivendo il periodo della sua vita che va dai quaranta ai cinquantasette anni.

A Siviglia lavora come esattore di grano, olio e altre derrate alimentari per l'approvvigionamento della Grande Armata che Filippo preparava contro l'Inghilterra. 

Il lavoro di "commissario" che svolgeva era duro, odioso e mal pagato; ebbe difficoltà a non finire, da parte di chi si opponeva a pagare i tributi, e da parte della burocrazia amministrativa, alla quale doveva rendere conto.
  
I particolari del suo lavoro sono stati raccolti in documenti e formano un tessuto noiosissimo di fatti che riportano alla routine della sua professione e agli ostacoli che trovò nel suo esercizio.
   
 Nel 1588 fu scomunicato per aver confiscato grano di proprietà della Chiesa. Nel 1590 fa petizione al re per andare in America, sollecitando un posto, che non gli è concesso.
   
 Nel 1594, come esattore del re, deposita una grossa somma riscossa, dal banchiere portoghese Simon Freire Lima, che poco dopo dichiara fallimento e sparisce.
    
Cervantes è allo scoperto. Durante tutto l'anno 1595 tenta di giustificare la sua posizione davanti all'autorità Finanziaria; cerca qualche guadagno nella letteratura, ma non è sufficiente e non potendo pagare la cauzione entra nel 1597 nel carcere di Siviglia.
   
La leggenda vuole che il libro più spensierato della lingua spagnola cominciasse a essere scritto in questo carcere e che la sua lettura abbia rallegrato galeotti e ladri lì rinchiusi con un soffio di ottimismo.
     
Tra i quarantotto e cinquantasette anni si sviluppa a fondo il suo genio creatore; scrive con ironia profonda e complessa. Appaiono in quel periodo le sue grandi opere. Non gli manca l'aiuto di personaggi potenti, come il Conte de Lemos e l'Arcivescovo di Toledo.

Il 19 aprile di 1616 scrive nella dedicatoria del Persile, 

-..."messo già il piede nella staffa..."  - per cavalcare la Morte, che accadde quattro giorni dopo.



Il Chisciotte sembrerebbe a prima lettura, una parodia letteraria dei libri di cavalleria, popolarissimi all'epoca, che l'autore si propone di deridere. Il protagonista è diventato pazzo leggendoli e decide a cinquant'anni, dopo una vita dominata dalla concretezza, di farsi Cavaliere errante per "accrescere il suo onore e realizzare il Bene nella terra".
  
 Cervantes sviluppa questi concetti confrontando l'utopia con la realtà più banale. Il risultato sarà lo scontro tra due mondi: uno puro e luminoso, l'altro torbido e meschino.
   
 La pazzia dell'hidalgo è vitale e generosa, dona vita a tutto ciò che tocca e alza ciò che vede a un piano superiore. Le bettole saranno castelli, le prostitute nobildonne, i villani cavalieri, i mulini giganti e così all'infinito. Identifica le proprie immagini interne, col mondo che lo circonda, credendo vero ciò che è Illusione.

Don Chisciotte rappresenta la metamorfosi psichica nella visione esistenziale della vita de Cervantes.
   
 Fallito come militare, perché non fece carriera nelle armi, come commediografo perché le sue commedie non le permettevano di vivere con decoro, come esattore perché fu derubato e dopo condannato, perdendo l'onore, e perfino come uomo perché era monco, decise di scaricarsi dei suoi fantasmi, ridendo.
    

Ramiro de Maeztu ha scritto: "Don Chisciotte è lo stesso Cervantes, spoglio di circostanze banali, astratto, idealizzato, che si alza sopra il tempo e lo spazio fino a raggiungere il cuore di tutti gli uomini che hanno messo i loro sogni più in alto dei mezzi per realizzarli".


Non esiste in Cervantes censura o satira contro il mondo eroico della Spagna, bensì contro il proposito eccentrico di voler risuscitare le avventure dei libri di cavalleria.
    

Le due figure, l'hidalgo e lo scudiero costituiscono il nucleo e il contrasto della novella.

La discussione   giganti-mulini  li definisce.

    
Sancho, con il suo senso delle apparenze facili delle cose, è la voce della Realtà: -

-    
   Guardi Vostra Merce, che quelli che lì sembrano giganti non lo sono, ma mulini a vento, e ciò che sembrano braccia sono pale, che volteggiate dal vento, muovono la pietra del mulino -.
-      
  Don Chisciotte risponderà differenziando il suo mondo metafisico dal prosaico dello scudiero:

-     Essi sono giganti, e se hai paura, togliti di mezzo e mettiti a pregare -. 





Si avverte in queste parole lo spirito del soldato di Lepanto. Cervantes è uomo della generazione dell'Imperatore Carlo V, l'ascetismo di Filippo II lo lascia impassibile e preferisce il mondo dell'azione e dell'eroismo. 
La satira è contro il piccolo mondo borghese e contadino, nel quale lo stesso autore ha sofferto.

Sancho Panza incarna l'anima del popolo, pieno di umanità e di astuzia, miscuglio d'egoismo e bontà, fede e scetticismo; così si confessa: 


-     "La verità è che mai ho letto una storia di cavalleria, perché non so leggere né scrivere, ma oserò scommettere che padrone così ardito come Vostra Merce non ho mai servito in tutta la mia vita, e voglia Iddio che questa impertinenza non sia pagata dove mi hanno detto".

  
    
L'avventura dell'elmo di Mambrino (re moro celebre nei racconti di cavalleria, il suo elmo lo faceva invulnerabile) è il nocciolo della visione di Don Chisciotte e della sua intuizione alternativa. 

    



La catinella da barbiere - scambiata per l'elmo di Mambrino - propone interminabili discussioni con Sancho, rispetto alla sua Realtà. La controversia si risolve in atteggiamenti psicologici nei quali si giunge all'accordo attraverso il dissenso, quando Sancho dice: 

-     "… quest'elmo, somigliantissimo a bacile di barbiere...", 

o lo chiama "baci elmo", rispondendo Don Chisciotte con sussiego

-    
"Quello che a te pare bacile da barbiere, a me sembra l'elmo di Mambrino, e magari a un altro sembrerà un'altra cosa."



Una visione soggettiva è alla base dell'individualismo esaltato di Don Chisciotte, 

-     "Potranno gli incantatori togliermi la Fortuna, ma il coraggio e l'animo sarà impossibile".

    
Il gioco dialettico va lentamente complicandosi, di modo che il lettore stesso non ha più la certezza di quale sia la Realtà, che si sdoppia in svariate possibilità e il riso iniziale si trasforma in riflessione profonda.

- "É un fratello del Greco" - scrive Valbuena Prat - "generato nell'umore e non nell'esaltazione spirituale".

Lo scrittore russo Turgheniev ha scritto:

- "Don Chisciotte rappresenta soprattutto il problema della fede in qualcosa d'eterno, d'immutabile, della fede nella verità superiore all'individuo; vive per far trionfare la verità e la giustizia nella terra. Non c'è in Don Chisciotte abbozzo d'egoismo, in contrasto con Amleto il cui io è il centro del mondo; è tutto abnegazione e sacrificio; muove a ridere ma il riso è conciliante, quasi un'espiazione".

Quando diventa assennato Don Chisciotte muore.
Privato del suo mondo ideale, intimamente cede, incapace di trovare un’uscita al suo anelo d’eroismo.






            


                                               





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